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Inchiesta sulle adozioni in Repubblica Democratica del Congo - Associazione Kintsugi

Inchiesta sulle adozioni in Repubblica Democratica del Congo, la Procura di Milano cambia opinione: «L’ente Aibi non ha commesso irregolarità».
La Direzione distrettuale antimafia smentisce il precedente capo Boccassini e dichiara la «totale infondatezza della notizia di reato». Archiviazione imminente per le accuse contro Marco Griffini e i familiari. Il legale dei bambini abbandona l’udienza e annuncia ricorso

Marco Griffini, 71 anni, la moglie Irene Bertuzzi, 69, e la loro figlia Valentina Griffini, 36 anni, rispettivamente presidente, amministratore delegato e responsabile delle operazioni in Africa dell’ente autorizzato dal governo “Aibi – Amici dei bambini”, secondo la Procura di Milano non hanno commesso reati nelle procedure di adozione con la Repubblica Democratica del Congo.

Venerdì scorso, durante l’udienza in camera di consiglio davanti al giudice per le indagini preliminari Sofia Fioretta, il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia milanese, Giovanna Cavalleri, ha dichiarato a sorpresa la «totale infondatezza della notizia di reato» e ribadito la richiesta di archiviazione dell’inchiesta contro Aibi, che era stata iscritta a registro nel 2017 per una serie di presunti gravi fatti tra cui associazione per delinquere, favoreggiamento dell’immigrazione illegale e corruzione.

La dichiarazione messa a verbale dal magistrato della pubblica accusa è una novità nel procedimento: negli atti delle indagini firmati dal precedente capo dell’Antimafia, Ilda Boccassini, dal pm Paolo Storari e dalla stessa Cavalleri e nei documenti con cui la Procura di Roma aveva trasmesso il fascicolo per competenza territoriale a Milano non era mai stata riscontrata la totale infondatezza della notizia di reato, semmai il contrario.

Dopo una prima verifica dei fatti da parte della squadra mobile della questura, la Procura milanese aveva infatti chiesto l’autorizzazione a intercettare il telefono di Marco Griffini. E nella loro richiesta, gli stessi magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Boccassini avevano scritto: «Alla luce di quanto sopra ricostruito, emerge in modo inequivocabile un corposo quadro indiziario relativo all’esistenza di un’associazione per delinquere realizzata a San Giuliano Milanese – ove ha sede legale l’associazione Aibi – che risulterebbe operare parte in Italia e parte nei diversi Paesi di origine dei minori poi oggetto di adozione… Le vicende sopra ricostruite con riferimento a tutte le problematiche emerse nelle procedure di adozione di bambini congolesi, inducono a ritenere che le segnalate – e accertate – “irregolarità” possano costituire l’abituale modus operandi dell’associazione… non può che suscitare più di qualche sospetto che dietro a tali passaggi di denaro si possa celare… il prezzo di quello che potrebbe divenire un vero e proprio commercio di minori».

La richiesta di intercettazioni, ritenuta «assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini», era stata però respinta dal giudice Fioretta, secondo la quale l’inchiesta poteva «essere adeguatamente proseguita e sviluppata attraverso l’audizione delle numerose persone interessate (e già individuabili in base agli atti trasmessi)».

Nessuna parte offesa, i genitori adottivi e i bambini adottati, comunque è mai stata sentita dalla Procura. Una fuga di notizie dell’ufficio del giudice, che per errore ha informato i vertici di Aibi delle indagini in corso con cinque mesi di anticipo rispetto alla scadenza dei termini di legge, ha poi compromesso la riservatezza di tutto il lavoro della Direzione distrettuale antimafia allora diretta da Ilda Boccassini. A questo punto a inizio 2018 i magistrati, senza poter utilizzare lo strumento delle intercettazioni e con la riservatezza dell’inchiesta ormai violata, hanno chiesto l’archiviazione. Ma nemmeno in quella fase hanno mai dichiarato la totale infondatezza della notizia di reato.

Secondo il pm Cavalleri, che firmava da sola la richiesta, il fascicolo andava invece archiviato perché, senza lo strumento delle intercettazioni telefoniche, «nulla in atti consente di ravvisare ulteriori, proficue, attività di indagine che possano offrire elementi per la prosecuzione delle stesse o, comunque, che possano dotare di riscontro le ipotesi di reato già formulate…» e perché «gli elementi acquisiti nel corso delle indagini non siano, per i rilievi sopra esposti, idonei a sostenere l’accusa in giudizio e che, comunque, non residuino spazi per ulteriori approfondimenti investigativi».

Allora non si parlava di infondatezza nelle documentate denunce dei genitori adottivi e dei loro bambini. Oggi invece, senza ulteriori attività di indagine, la Procura di Milano dopo aver ascoltato la versione degli indagati si è allineata alla difesa di Aibi, rappresentata dagli avvocati Stefano Guarnaschelli di Pavia ed Enrica Dato di Catania. Con queste premesse, che vedono in totale sintonia pubblica accusa e difesa, il giudice Sofia Fioretta depositerà a ore il provvedimento di archiviazione.

Il legale dei genitori adottivi, Alessio Sangiorgi, che sostituiva il collega Francesco Rosi assente per legittimo impedimento, ha eccepito la nullità del procedimento davanti al giudice per «mancanza dell’avviso sia della richiesta di archiviazione, sia della fissazione dell’odierna udienza camerale, con precipuo riferimento a quattro soggetti (due coppie di coniugi) che si riferisce essere persone offese del reato di maltrattamenti di minori». Sia il pubblico ministero sia la difesa di Aibi hanno ottenuto il rigetto dell’eccezione presentata dalla parte offesa. Non ritenendo più valida l’udienza in camera di consiglio, l’avvocato Sangiorgi ha abbandonato l’aula. Si prevedono nuovi ricorsi.

I vertici di Aibi escono così completamente “innocenti” dal lungo procedimento che li ha riguardati. Il provvedimento dei magistrati lascia senza risposte le denunce di una cinquantina di bambini, adottati in Italia dalla Repubblica Democratica del Congo attraverso l’ente di San Giuliano Milanese: bambini che hanno dichiarato di non riconoscersi nell’identità e in qualche caso perfino nei nomi scritti nelle sentenze di adozione emesse dall’autorità giudiziaria di quel paese. Alcuni di loro hanno anche rivelato di essere stati sottratti con l’inganno alle loro famiglie naturali, come è stato riscontrato da un funzionario di polizia e da un maresciallo dei carabinieri e poi trasmesso all’autorità giudiziaria in una lunga informativa firmata dall’allora vicepresidente della Commissione per le adozioni internazionali, il magistrato Silvia Della Monica: fatti gravissimi che ora, secondo la Procura antimafia di Milano, sono totalmente infondati e che da oggi, a meno di novità, non potranno essere più collegati all’attività di Marco Griffini e dei suoi familiari.

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