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Odissea fra tribunali e burocrazia. «Adozione nazionale? Un calvario» - Associazione Kintsugi

Il sogno  di sentirsi chiamare mamma, di avere tra le mani uno scricciolo che con gli occhi grandi ti chiede: «Puoi aiutarmi, babbo?». Quindi la corsa contro il tempo e contro la burocrazia per realizzare quel sogno attraverso l’adozione. «Così potremo essere ancora più felici e faremo felice qualcuno che sta soffrendo», dice emozionato Stefano Balducci, 48 anni, abbracciando la moglie Cristina, 44.

Poi lo scontro con la realtà: per diventare genitori, dando una famiglia ad un bambino che non ce l’ha, non basta l’amore. Non basta neppure essere una coppia solida e consolidata da anni di matrimonio, con due stipendi sicuri e una bella casa.

L’adozione in Italia è una scommessa con il destino, forse addirittura con il caso. Una sfida che può durare anni e che costringe le coppie a girare in lungo e largo lo Stivale con il cuore in gola. Senza avere alcuna garanzia di successo, perché molto spesso le pratiche per l’adozione scadono prima che sia stato fissato quantomeno un primo contatto con il tanto agognato bambino.

«Ci siamo rivolti al Tribunale dei minori nel 2014 scegliendo l’adozione nazionale – racconta Balducci, ponsacchino doc –. Dopo aver fatto test su test anche di cultura, presentato certificati di salute nonché dichiarazioni sul nostro patrimonio immobiliare e non, siamo stati inseriti in un percorso formativo».

Quattro intense ‘lezioni’ a Pisa per scoprire tutto quello che un’adozione comporta e per preparare psicologicamente gli aspiranti genitori ad un percorso irto di ostacoli. «Ci siamo trovati insieme ad altre coppie che avevano lo stesso nostro desiderio – continua –. Siamo stati analizzati da uno psicologo e passati al ‘setaccio’ da una squadra di assistenti sociali che son venuti a vedere anche la nostra abitazione. Abbiamo superato l’esame, ottenendo finalmente la valutazione che avrebbe dovuto aprirci le porte…».

Un anno vola via così. Soltanto a novembre 2015 Stefano e Cristina hanno tutto il necessario per proseguire l’«operazione». La domanda ufficiale per l’adozione è timbrata il 24 dicembre 2015. Il fascicolo torna al Tribunale di Firenze che fissa un nuovo incontro: la prima data buona è ad agosto, agosto 2016.

«Anche il secondo colloquio con il giudice va bene – aggiunge Stefano –. Insieme al parere positivo però riceviamo pure il consiglio di rivolgerci anche altrove per scorciare i tempi». Comincia così il calvario tra i tribunali di Ancona, Bari, Genova, Milano, Venezia, Napoli, Torino, Catania e Taranto.

«Veniamo sottoposti ad altri colloqui – aggiunge –. Ci viene domandato se potremmo accettare un bimbo disabile, straniero o due fratelli. La nostra risposta è affermativa». Intanto i mesi scivolano via. «Abbiamo tre anni per portare a buon fine l’adozione: i termini scadranno nel 2018 – chiude con amarezza il quasi papà –. Nel frattempo non abbiamo avuto il minimo segnale, nessuno ci ha chiamato per darci almeno la possibilità di provare sebbene negli orfanotrofi italiani ci siano oltre 35mila bambini. Com’è possibile che accada una cosa del genere? Perché un’attesa così lunga e rischiosa? In molti ci hanno suggerito di andare all’estero, ma non crediamo sia la soluzione giusta».

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